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L’importanza delle radici

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di Luca Speciani

Avere delle radici familiari significa ricordare il valore delle vite di chi ci ha preceduto, che spesso ha sacrificato la propria libertà o la propria vita per proteggere figli e nipoti. Chi è cosciente di questo valore, che è indelebilmente nelle nostre carni, non potrà mai accettare riduzioni di libertà o costrizioni di pensiero ideate da “ominicchi” privi di radici, e gonfi solo di narcisistica autostima e di ambizione ad arricchirsi.

Un giorno ho letto di una persona disperata per la perdita precoce dei propri genitori che si chiedeva dove fossero andati e in che modo potesse sentirli in qualche modo vicini. Questa persona aveva cercato in ogni modo un contatto attraverso sedute spiritiche, medium, incontri  con religiosi, ma nulla pareva dare consolazione. Un giorno però, osservando le proprie mani, notò che le dita erano proprio identiche a quelle di suo padre e che in fondo, guardandosi allo specchio, non poteva non notare che il suo sorriso ricordava in modo marcato quello di sua madre. E allora capì che i nostri genitori in realtà non muoiono mai. Che una parte di loro rimane indelebilmente impressa nella nostra fisicità, ma anche nei nostri pensieri, nei nostri valori, nelle esperienze che abbiamo vissuto con loro. 

I nostri genitori (e i nostri nonni, bisnonni, trisavoli) sono tutti qui, sotto i nostri occhi. Ne siamo il frutto e la naturale continuazione, e prenderne coscienza è un pensiero forte, che può aiutare a orientare le nostre vite nei momenti più difficili e duri.

Ho avuto un padre medico, Luigi Oreste, coautore con Abba e Tono del piano nazionale antitubercolosi, e che qualcuno considera ancora uno dei fondatori della medicina psicosomatica in Italia. I lettori de “L’altra medicina” hanno imparato a conoscerne la profonda cultura e l’incredibile preveggenza nei capitoli de “L’uomo senza futuro” pubblicati mese per mese in questi due-tre anni.

È morto in circostanze non chiare, a soli 62 anni, mentre stava organizzando a Milano un grande congresso contro gli abusi della chemioterapia dal titolo “Cancro: perchè?”.  Per inciso il gruppo “concorrente” legato all’industria farmaceutica della chemioterapia, il cui uomo immagine era Umberto Veronesi (all’inizio degli anni ‘80 va ricordato che la lotta per acquisire il monopolio farmaceutico delle cure sul cancro era in pieno svolgimento), aveva guardacaso organizzato nella stessa Milano un convegno di grande rilievo proprio negli stessi giorni, non appena saputo di “Cancro: perchè?”.

Mio padre si era laureato in medicina combattendo in Albania, in Francia, in Montenegro, con i libri nello zaino. Che qualche volta gli è toccato tornare a recuperare dietro le linee nemiche. E la sua pratica medica è incominciata in trincea, prima che nei letti di un ospedale. Là dove l’aspetto umano non poteva essere mai trascurato.

Ho avuto una madre, Maria Pia, laureata in biologia in anni in cui le donne laureate erano davvero poche, che ha cresciuto 7 figli e circa 35 nipoti, passando in mezzo al fascismo, ad una guerra mondiale, al ‘68, al divorzio, all’aborto, a tangentopoli. E che nei momenti più difficili, quando quel che c’era non bastava per tutti, si è tolta senza esitazione il pane di bocca pur di proteggere i suoi cari. 

Il papà di mio padre, di cui porto il nome (Celeste), era carabiniere e ha servito lo Stato con onore ed onestà, dissanguandosi per consentire al figlio Oreste di studiare medicina. Sua moglie, la mia amata nonna Ida, era di Scannabue (CR), paese che dicono di “matti”. E forse quel quarto di follia che alberga in tutti noi di famiglia viene da lì. Una follia sana, che ci fa sentire diversi dalle tante, troppe pecore obbedienti.

Quando Il Duce richiese agli italiani di “dare oro alla patria” lei non esitò un istante, e portò la sua vera, e quella di suo marito Celeste, al centro di raccolta più vicino.

Il papà di mia madre, Ugo Pratolongo, è stato un grande scienziato in campo agrario. Tra i suoi molti libri, alcuni riguardanti gli enzimi, nei primi decenni del secolo scorso, hanno fatto scalpore. Il partito fascista gli impose la tessera che lui sdegnosamente rifiutò per anni, anche a costo di esclusioni e discriminazioni. Quando infine fu chiamato come ministro dell’agricoltura della Repubblica di Salò (il tentativo tedesco di ripristinare un governo mussoliniano in Italia dopo la caduta del fascismo), rifiutò, suggerendo il suo vice. Fu buona scelta: costui fini fucilato pochi mesi più tardi. Avesse seguito, come tanti, le sirene narcisistiche della fama oggi non sarei qui. Ma la sua vita non è stata facile. Suo padre (e mio bisnonno) Pietro, medico condotto di cui gelosamente conservo appunti di medicina del 1875, morì a soli 36 anni in un’epidemia di tifo. Perché all’epoca i malati si curavano di persona, non dietro il plexiglas. Con le erbe e i minerali, non con tamponi, paracetamolo e vigile attesa. E i medici erano rispettati perchè mettevano a rischio la propria vita per curare i malati. 

Orfano a 5 anni, dunque, il nonno Ugo fu tirato su con fatica fino alla sudata laurea dalla mamma (mia bisnonna) Pia, che da vedova si mise a studiare da ostetrica per garantire il pane a lui e al suo fratellino. 

Perchè – direte voi – racconto tutto questo? Lo racconto perché sia chiaro a quei quacquaracquà che giocano con il nostro diritto al lavoro, alla salute, alla vita per squallidi interessi economici e politici, che possono inventarsi ancora mille restrizioni, prigioni, trattamenti obbligatori, tessere naziste o cinesi per sottometterci, ma che NOI non ci sottometteremo mai. Perché se questa è la mia storia familiare, ciascuno di noi ne ha altre simili: di contadini che si sono opposti a tasse ed angherie di signorotti e latifondisti, di partigiani che hanno imbracciato il fucile sulle montagne, di imprenditori che hanno sfidato fisco, brigate rosse e sindacati, di operai che si sono costruiti le case con le proprie mani e di donne e uomini coraggiosi che in tempi terribili, con la guerra e la fame, sono riusciti a dare vita e amore a coloro che avevano vicino.

Se pensiamo a tutte le smanie di controllo che i vari governi in tutto il mondo stanno mettendo in atto, tra app da scaricare, pagamenti virtuali, accessi bancari obbligati, videocontrolli, schedature digitali, tecnologie sempre più invasive e obblighi legali di ogni genere e tipo, ci rendiamo conto rapidamente di essere stati trasformati in numeri, o peggio in produttori di fatturato per le industrie farmaceutiche.

Nessuno che abbia coscienza dello sforzo compiuto dai nostri avi, nel corso di numerose vite, per proteggere la nostra libertà, può acconsentire ad essere trasformato in numero. Ecco perché le radici contano. Ma poiché radici (più o meno forti) le abbiamo tutti, il problema non è averne o non averne, ma prenderne consapevolezza.

È importante sapere che nel momento in cui superficialmente accettiamo con un’alzata di spalle una coercizione che toccherà noi, ma ovviamente anche i nostri figli e i nostri cari, stiamo buttando via in malo modo un’eredità di storie e di lotte di chi ci ha preceduto. E chi cerca di imporre nuovi vincoli e nuovi bavagli dovrà essere riconosciuto e additato, perché tutti sappiano chi è che sta cercando ancora di privarci della nostra storia.

Non la passeranno liscia. Non hanno capito che ora sono loro i “sacrificabili” e che presto pagheranno al posto di coloro che hanno malamente servito.

Chiunque abbia forti radici e forti legami con un passato fatto di dignità, di sacrifici, di resistenza, non potrà mai chinare il capo davanti al potente di turno, perché le sue mani, il suo sorriso, i suoi pensieri, sono quelli di chi ha combattuto l’ingiustizia, di chi ha fatto il medico per davvero, di chi ha protetto i propri figli e nipoti a costo della propria vita.

La mia storia è la storia di tanti. Vinceremo noi, statene certi. Non si toglie la libertà a un popolo in cambio di un piatto di minestra.

Noi, coscienti della forza delle nostre radici, non dimenticheremo nessuna delle loro facce infami, e quando saremo di nuovo liberi state pur certi che dei servi del sistema, sopravvissuti o meno alla furia di coloro che hanno oppresso, il mondo non serberà memoria alcuna.

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