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Cos’è la carne sintetica? Può contribuire a ridurre l’inquinamento del pianeta?

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di Gianpaolo Usai

A proposito di innovazioni tecnologiche: la carne sintetica sembra promettere una soluzione ai problemi climatici dovuti all’eccesso di emissioni di CO2 degli allevamenti intensivi, e al problema dell’aumento demografico mondiale. Ma quante sono le persone interessate ad un modello alimentare più naturale che eviterebbero di mangiare carne per scegliere un prodotto che di naturale non ha nulla?

Coltivare la carne non è più fantascienza ma realtà! La carne sintetica, chiamata anche dagli inglesi cultured meat (carne coltivata, o in vitro) è già stata creata in laboratorio e fa tanta paura all’industria della carne. Viene prodotta senza uccidere animali ma con una tecnologia molto più costosa che richiede l’impiego di quantità maggiori di energia. Fermi tutti però: in realtà al momento si è prodotto solo un prototipo di questa carne sintetica, e non si è ancora pronti per una produzione in larga scala che possa sostituire almeno in parte la carne in commercio oggi. Prima che questo alimento sia ampiamente disponibile, dicono gli esperti, ci vorranno ancora 10 anni di ricerca e sviluppo. E anche allora, il costo di questo prodotto sarà molto elevato e non ancora alla portata di tutti.

Ma i ricchi imprenditori e affaristi mondiali si stanno già leccando i baffi per la contentezza di aver dato il via a questo progetto e poterlo presentare in anteprima in ambienti per ricchi come i ristoranti di Singapore, dove le autorità sanitarie hanno dato il via libera alla vendita di nuggets ottenuti appunto da carne “coltivata”. Uno di questi ricchi finanziatori e promotori della carne sintetica è il solito Bill Gates, che ha dichiarato “Le nazioni ricche dovrebbero mangiare carne sintetica al 100 per cento. Ci si può abituare alla differenza di gusto, senza contare che nel tempo verrà resa ancora più appetitosa”.

I primi prodotti creati sono stati gli hamburger, con carne macinata sintetica, adesso si punta a ricreare la consistenza delle fettine e di qualcosa che assomigli alla bistecca, e in Giappone pare che ci siano già riusciti.

Come viene prodotta la carne sintetica

Il processo produttivo prevede la coltivazione in laboratorio di cellule animali in un liquido che contiene tutti i nutrienti di cui le cellule hanno bisogno per crescere e moltiplicarsi. Le cellule sono prese da un tessuto muscolare di un animale vivo, quindi non è necessario ucciderlo. Queste cellule vengono lasciate moltiplicarsi, di modo che si possano produrre quantità di carne abbastanza grandi. La consistenza però è diversa da quella della carne vera ed è troppo gelatinosa. Ma l’Università di Tokyo pare sia riuscita a riprodurre anche la consistenza della bistecca e delle fibre muscolari, trattando queste cellule con l’elettricità in modo da far contrarre i vari strati di cellule, così come fanno le fibre muscolari. Il prossimo obiettivo dei ricercatori è ora quello di riuscire a creare una bistecca di 2 centimetri di spessore. L’obiettivo più generale di ricercatori e finanziatori come Bill Gates è quello di avviarsi verso la bioeconomia post-animale, una nuova forma di economia e un sistema di produzione alimentare che utilizza la biotecnologia  per realizzare prodotti animali senza animali, al fine di nutrire una popolazione mondiale in crescita in modo sostenibile. Tutto ciò perché alcuni ricercatori – come Shoji Takeuchi per esempio, professore di Informatica meccanica intelligente all’Università di Tokyo – sono convinti che non solo la popolazione mondiale aumenterà, ma crescerà anche la domanda di carne nei Paesi emergenti in cui la crescita economica sarà maggiore. A questo punto, secondo altri ricercatori, dato che il sistema attuale di allevamento industriale è palesemente insostenibile e devastante per l’Ambiente, il ruolo della carne sintetica potrebbe essere quello nei prossimi anni di traghettare i consumatori in modo graduale verso diete di tipo vegetale. Ma piuttosto che iniziare a mangiare solo alimenti a base vegetale, secondo alcuni esperti, potrebbe essere più facile passare all’uso di carne coltivata e sintetica. Tra i motivi per cui si sta cercando di sviluppare la carne artificiale quindi vi sono motivazioni di tipo ambientale e preoccupazioni di tipo climatico e demografico. Si cerca di contrastare i cambiamenti climatici con la riduzione dei gas serra e la salvaguardia dell’erosione del suolo e del consumo di acqua. Convincere milioni di persone a passare ad una dieta senza carne potrebbe essere una delle tante soluzioni ai problemi ormai pressanti.  

Il fronte dei contrari

Non tutto il mondo della scienza però, in particolare nella Zootecnia, è concorde sul fatto che la carne sintetica sia una soluzione giusta e percorribile, e gli scienziati della FAO al momento non si pronunciano, lasciando la questione nelle mani di ricchi finanziatori e di startup che stanno facendo ricerca e sviluppo su questo settore. La stessa cosa fanno le agenzie di controllo della sicurezza alimentare come EFSA in Europa, sostenendo di doversi occupare solo della valutazione se tali nuovi prodotti alimentari siano sicuri e nutrizionalmente non svantaggiosi per i consumatori europei. Quando si devono autorizzare sul mercato nuovi prodotti alimentari, la competenza è dei singoli Paesi o della Unione Europea, mentre le agenzie di controllo della sicurezza come EFSA fanno solo consulenza tecnica ai parlamenti e governi dei Paesi europei (nel settore farmaceutico invece avviene esattamente il contrario, sono le agenzie regolatorie come EMA o AIFA a dover autorizzare l’immissione di un prodotto in commercio dichiarandone la sicurezza o meno, e poi lo Stato emana una legge di attuazione). Nel fronte dei contrari, dicevamo, ci sono esperti che sostengono la necessità di promuovere un miglioramento delle regole del  sistema attuale di produzioni animali, facendolo passare da intensivo non sostenibile a intensivo sostenibile (onestamente io devo ancora capire come possa essere anche sostenibile un sistema intensivo…). Altri esperti chiedono a gran voce una trasformazione da modello alimentare industriale a modello più tradizionale, con forte potenziamento di produzioni biologiche sia in agricoltura che in zootecnia. Una trasformazione del genere comporterebbe mangiare meno carne e una riduzione molto forte dell’impatto ambientale. Per farlo serve però il coraggio di ridimensionare il sistema economico basato sul mercato libero e sulla globalizzazione (occorre non incentivare e finanziare cioè le produzioni di cibi che viaggiano da una parte all’altra del globo come le fragole a Gennaio o le mandorle tutto l’anno che provengono dalle coltivazioni intensive della California, per fare solo un paio di esempi). Questo abbatterebbe di molto l’impronta ecologica negativa di agricoltura e allevamenti. In Italia l’agricoltura produce il 7% del gas serra immesso nell’ambiente, il settore zootecnico il 5%. Un aspetto che si ignora sempre quando si fanno i discorsi sugli allevamenti e l’impatto ambientale è che cinquant’anni fa avevamo allevamenti di 40-50 mucche. Oggi non è più così: l’allevatore deve incrementare la produzione in quanto il guadagno dell’allevamento è basso perché quasi tutti i margini vanno alla grande industria e ai profitti degli altri attori della catena produttiva che sono i fautori dell’economia liberista e globalista (sfruttano i produttori locali per poi vendere i prodotti su scala nazionale e internazionale e fare grandi profitti). Se un litro di latte costa 1,35 euro, all’allevatore arrivano in tasca 35 centesimi soltanto. E’ piuttosto semplice comprendere a questo punto che tornando ad un modello produttivo come quello di 50 anni fa, cioè non globalizzato, se un allevatore con 40 vacche ha un costo poniamo di 30 centesimi per produrre un litro di latte, potrebbe poi vendere il latte a 60 centesimi realizzando un ottimo (e giusto) profitto senza doversi avvalere degli altri attori della catena di distribuzione che oggi si accaparrano tutto il margine. Venderebbe il latte nella sua struttura aziendale o presso punti vendita e spacci della zona come caseifici o supermercati locali. Se lo vende dentro al supermercato locale mettiamoci anche il margine del supermercato di altri 10 centesimi a litro, ecco che il prezzo finale per il consumatore arriva a 70 centesimi, molto meno di quanto si paga oggi con la Grande Distribuzione e con il sistema di economia distruttiva industriale globalizzata. Tutti sarebbero più contenti, tranne i grandi industriali che guadagnerebbero meno o dovrebbero cercarsi un altro lavoro. Un ritorno al passato ma con il vantaggio delle conoscenze e tecnologie moderne che consentirebbero metodi di allevamento più sostenibili. Staremo a vedere quale tendenza prevarrà nei prossimi anni e quale destino alimentare ci aspetterà, intanto facciamo tutto il possibile per acquisire più consapevolezza e informazioni accurate su queste questioni molto importanti, sperando che alla fine vinca il fronte dei giusti e non quello di chi ha più soldi e mezzi per imporre soluzioni che avvantaggiano solo loro stessi.

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