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Le sette figlie di Eva: i vegani hanno torto

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Gli studi sulle origini dell’uomo si sono basati, fino a qualche decennio fa, sui reperti fossili, sugli strati geologici in cui avvenivano i ritrovamenti, sulle datazioni al carbonio, e su altre informazioni antropologiche (linguaggi, migrazioni, analisi degli strumenti). Tutti questi studi erano in maggiore o minore misura legati ad interpretazione. Una delle ipotesi più accreditate fino a qualche tempo fa era quella relativa al progressivo diffondersi dell’agricoltura a partire da una zona mediorientale (l’attuale Irak) detta “mezzaluna fertile”, compresa tra i due fiumi Tigri ed Eufrate, che via via, a partire da 10.000 anni fa circa (inizio del neolitico), si è diffusa a tutto il continente europeo, soppiantando gradualmente le popolazioni esistenti di cacciatori-raccoglitori.
Il reperimento di resti umani e di utensili agricoli di quel periodo in tutto il continente europeo ha pienamente giustificato questa ipotesi, lasciando solo un residuo dubbio: le popolazioni residenti pre-agricole erano state soppiantate integralmente dai nuovi “migranti” o si erano ad essi mescolate? E in quel caso, in che misura? Con l’uomo di Neanderthal, precedente al periodo di cui stiamo parlando, ad esempio, si è verificata un’estinzione totale da parte del più attrezzato Homo sapiens, senza alcuna mescolanza genetica. Ma la conferma di questo fatto si è potuta avere solo recentemente proprio grazie all’utilizzo per l’analisi genetica di un particolare tipo di DNA, detto “mitocondriale”. Era possibile con lo stesso metodo determinare se vi fosse stata mescolanza tra cacciatori e agricoltori in quella delicata fase di transizione? Il famoso ricercatore Bryan Sykes , professore di genetica umana all’Università di Oxford, noto proprio per questo tipo di indagini e autore nel 2001 del libro “Le sette figlie di Eva”, è riuscito a dare delle risposte precise, poi confermate da autorità dell’antropologia genetica come Luigi Luca Cavalli Sforza. Ma che cos’è il DNA mitocondriale? E perchè è così utile per una ricerca di questo tipo?
Il DNA mitocondriale  si trova, come dice il nome, nel mitocondrio, quell’organulo cellulare deputato alla produzione di energia in presenza di ossigeno. Il mitocondrio non è nato con la cellula, ma vi si è fuso successivamente, come simbiosi (poi diventata obbligata) tra cellule organizzate e dotate di nucleo e cellule batteriche specializzate nella produzione energetica aerobica. Queste ultime hanno iniziato a collaborare con la cellula primitiva fornendole un’enorme quantità di energia utilizzabile, in cambio di rifugio e sicurezza. Una simbiosi di successo visto che oggi ogni cellula vegetale o animale si basa su questo tipo di apporto energetico. Una parte del DNA originario del batterio simbionte, tuttavia, è rimasta all’interno del mitocondrio, invece di essere trasferita nel nucleo, con caratteristiche diverse e riconoscibili. Tale DNA viene dunque chiamato DNA mitocondriale.
La specificità di questo DNA è che nel momento della fecondazione tra cellula uovo femminile e spermatozoo maschile, lo spermatozoo trasmette solo il DNA nucleare, mentre i mitocondri della nuova cellula fecondata sono solo quelli della madre. La discendenza del DNA mitocondriale è dunque solo femminile. Ovvero: anche i maschietti possederanno nelle proprie cellule solo i mitocondri della loro madre, mentre il DNA nucleare sarà un perfetto mix tra geni del padre e geni della madre. Analizzando il DNA mitocondriale dunque si può risalire con maggiore facilità agli avi femminili di ciascun individuo, fino ad arrivare anche a 10.000 anni fa.
Bryan Sykes, con il suo gruppo di ricerca, ha dunque incominciato ad analizzare i DNA mitocondriali di numerosi contemporanei, scoprendo che la maggior parte di questi DNA si ripeteva continuamente con piccolissime variazioni. Ciò significava, innanzitutto, che le “Eve” europee originarie da cui questi DNA si erano diffusi erano pochissime, ovvero che nel processo di migrazione dall’Africa di Homo sapiens, iniziato circa 100-150.000 anni fa, il numero di individui sopravvissuti era stato limitatissimo (si parla di un centinaio circa). Tra questi, i differenti DNA mitocondriali diversi reperiti da Sykes sono soltanto sette. Sette Eve preistoriche da cui discende la totalità degli abitanti dell’Europa (con l’esclusione dei recenti immigrati africani, asiatici, sudamericani, polinesiani, che fanno riferimento ad altre “Eve”, anche se poi tutti convergono sulle Eve africane originarie).
Il DNA mitocondriale accumula mutazioni (cioè piccole variazioni spontanee nella sequenza delle basi azotate che costituiscono il DNA stesso) in misura crescente in funzione dell’anzianità del DNA stesso. Si parla di anzianità relativa, naturalmente. Ovvero analizzando due DNA simili si può ipotizzare quanto tempo fa si siano evolutivamente separati in funzione del numero di mutazioni che li differenzia. Questo sistema è molto preciso ed è stato in più occasioni confermato per via sperimentale. Sykes ha quindi datato il momento della nascita/separazione in Europa di ciascuno di questi DNA, e ha scoperto, con sua vivissima sorpresa, che ben sei su sette di questi erano ascrivibili ad epoche precedenti rispetto al momento della “invasione” degli agricoltori. Inoltre Sykes, avendo analizzato i DNA di migliaia e migliaia di europei di ogni regione, ha anche studiato le distribuzioni percentuali dei sette tipi identificati, assegnando al settimo (quello più recente, post-agricolo) circa il 20% della popolazione europea.
Il dato ha naturalmente fatto scalpore qualche anno fa nell’ambiente scientifico, perchè ribaltava la convinzione relativa alla soppressione dei cacciatori-raccoglitori da parte degli agricoltori, come in effetti è successo in Australia con gli aborigeni, negli Stati Uniti con i pellerossa ecc. Ma si sa che la genetica vale più di mille convinzioni, e dunque nel giro di qualche anno l’intera comunità scientifica ha dovuto adeguarsi alle nuove informazioni provenienti “dal campo”. La genetica degli europei attuali è dunque quella delle originarie popolazioni di cacciatori raccoglitori pre-agricoli, almeno per l’80% dei suoi abitanti. Il 20% che mostra una genetica post-agricola non è in realtà piovuto sulla terra da un’astronave 10.000 anni fa, ma rappresenta quella popolazione di cacciatori-raccoglitori che – appunto 10.000 anni fa – ha adottato la rivoluzione culturale agricola, generando alimenti conservabili, scorte, stratificazioni della popolazione, re, sacerdoti, guerrieri, operai, artisti e permettendosi poi di migrare altrove per scaricare il suo “surplus energetico”. Anch’essi tuttavia portavano nella loro genetica, da molte decine di millenni, l’impronta fisiologica dei cacciatori raccoglitori.
Se comunque anche solo l’80% della popolazione europea nasce, dal punto di vista evolutivo, come cacciatore-raccoglitore, questo dato non può lasciarci indifferenti. Significa che la nostra genetica ci ha strutturati in modo da consumare prevalentemente proteine animali (pesce, carne, uova) e grandi quantità di frutta e verdura fresca, con un completamento alimentare fatto di piccole quantità di semi, tra noci, ghiande, castagne, cereali vari, legumi e da una piccola quantità di radici commestibili (oggi patate, rape, topinambur, carote ecc.) a cui aggiungere i preziosi grassi polinsaturi provenienti dalle ossa spezzate degli animali predati. I piatti di pasta, le ciotole di riso, le focacce sono retaggio di un’epoca successiva, quella agricola. Così come i latticini, che sono diventati consumabili ad una parte della popolazione nordeuropea grazie ad una mutazione di circa 5000 anni fa, volta a fornire calcio suppletivo a popolazioni che si erano spostate troppo a Nord e che quindi coprendosi dal freddo si coprivano anche dai salutari raggi solari, generatori di preziosa vitamina D, che fissa il calcio nelle ossa. Non parliamo poi di farine raffinate, di zuccheri semplici, di alcolici e fermentati, di coloranti, conservanti, edulcoranti, che il nostro corpo non conosce e il più delle volte rifiuta.
Sapere chi siamo e da dove veniamo non è una pura curiosità antropologica, ma può consentirci di capire meglio la nostra fisiologia, la nostra digestione, le motivazioni profonde del nostro ingrassamento, della nostra ritenzione idrica, della nostra scarsa salute. Una dieta che si rifaccia in larga misura a quello che mangiavano i nostri progenitori pre-agricoli, è la dieta che geneticamente il nostro corpo conosce e ricerca. Ingozzarci di cereali, di latticini, di zucchero, di sale, di grassi saturi, può solo generare risposte alterate, una delle quali è quella dell’ingrassamento, ma non è la sola. Grandi quantità di latticini, di cereali, di legumi possono generare risposte immunitarie squilibrate. Non è un caso, infatti, che la maggior parte delle allergie alimentari ritardate nasca da questo genere di alimenti: latticini, lievitati, frumento (glutine), soja, sale, zucchero, grassi idrogenati.
Tutto questo, naturalmente, non significa che non si debbano più mangiare cereali, legumi e latticini, ma semplicemente che il loro consumo (rigorosamente in forma integrale) debba essere limitato, e variato nella specie vegetale. Ovvero servirebbe cercare, nella scelta dei cereali, per esempio, di non mangiare sempre frumento, ma di variare con riso, orzo, mais, segale. E tra i legumi variare tra fagioli, lenticchie, piselli, ceci invece di utilizzare sempre la soja. Il latte, posto di essere tra quelli che dispongono geneticamente dell’enzima lattasi (fortunatamente tanti in Europa, a differenza di Asia e Africa), occorrerebbe comunque consumarlo a rotazione a causa del forte potere allergizzante delle sue caseine. E dove possibile alternare latte bovino con latte di capra o di pecora.
Che fare, dunque: mangiare solo carne, pesce e uova con tanta frutta e verdura fresca e un pochino di tuberi, cereali e legumi a rotazione? Chi mangia in questo modo e svolge regolare movimento fisico, come rileviamo quotidianamente nella nostra attività, migliora rapidamente i suoi parametri ematici (cala il colesterolo “cattivo”, scendono i trigliceridi, scende la glicemia con l’emoglobina glicata, si abbassa la pressione, scende il TSH) e se ne ha la necessità, perde massa grassa andando rapidamente verso il proprio peso forma. Chi ci racconta le “storielle” relative alla necessità di mangiare l’uovo o la carne non più di un paio di volte la settimana dovrebbe prima di tutto documentare le sue affermazioni (e lì ci sarebbe da divertirsi…) e in secondo luogo spiegare con quali altre proteine possiamo sostituire quell’apporto per noi fondamentale. Chi si priva della corretta quota proteica – quale che ne sia la motivazione, magari degnissima – e fa delle farine e dei latticini il suo desinare quotidiano, prima o poi pagherà un tributo, piccolo o grande, alla negazione delle sue basi genetiche.

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