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La maratona di Sofia e Vittoria

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Riceviamo e pubblichiamo con piacere dall’amico Daniele Bianchi il resoconto di questa speciale maratona.
Leggendo il libro “Il sogno del maratoneta”, che racconta la storia di Dorando Pietri, sono rimasto colpito da queste parole del protagonista: “Vedete, don Ettore, correre una maratona è come vivere una vita intera in due o tre ore, non so se mi spiego. E’ un concentrato di gioie e dolori. Ci vuole forza di volontà per superare i momenti di sconforto, resistenza al dolore per andare avanti anche quando i piedi si coprono di piaghe, i polmoni sembrano scoppiare e la vista si appanna. Non vuoi fermarti, perchè devi vivere, devi comunque arrivare”.
Da quando mi sono appassionato alla maratona, o forse dovrei dire mi sono ammalato di maratona, ho sempre pensato che quella forza, quella determinazione, quel coraggio che si deve tirare fuori per affrontare 42,195 chilometri e arrivare in fondo, non importa come nè con quale tempo, siano un indizio su come una persona affronta tutta la sua vita. E’ facile cercare gioie e soddisfazioni, anche sportive, più semplici, che non obbligano ad allenamenti estenuanti alle 6 di mattina o sotto la neve, per mesi e mesi; ma solo chi ha deciso di immergersi in questo tipo di avventura sa che niente può eguagliare la soddisfazione di tagliare quel meraviglioso traguardo.
Ci sono persone che affrontano la vita con la determinazione di un maratoneta pur non avendo mai corso una maratona; ma stento a credere che ci sia un solo maratoneta che affronta la sua vita senza quella determinazione. Quella che voglio raccontare non è una corsa di 42 chilometri e 195 metri, anche perchè le mie quattro maratone sono le gare che tutti noi maratoneti, piccoli o grandi, abbiamo vissuto.
Quella che voglio raccontare è l’incredibile storia di Sofia e Vittoria, due bimbe che la loro prima maratona l’hanno affrontata nel reparto di patologia neonatale dell’Ospedale di Lecco, da quando – il 29 Giugno 2008 – sono venute al mondo con lo status di bimbe “gravemente premature”, partorite dalla loro meravigliosa mamma alla 24.ma settimana + 3 giorni di gestazione, quando il peso di Sofia era di 480 grammi, con il 30% di probabilità di sopravvivenza, e quello di Vittoria, la “grande”, di 630 grammi, con un 60% di speranze secondo le statistiche.
Quel giorno è iniziata la loro storia, una storia meravigliosa di determinazione, forza, coraggio, speranza di arrivare in fondo che non viene mai meno, anche quando tutto sembra finito. Come altro definirla se non una maratona? La nostra storia è iniziata il 25 Giugno 2008, quando la mia compagna, Bea, ha cominciato a sentirsi poco bene. Dopo quattro giorni di contrazioni trattenute – scopriremo poi che questi giorni sono stati fondamentali per garantire alle bimbe una minima possibilità di sopravvivere, e che Bea soffrendo per quattro giorni ha salvato loro la vita – Sofia e Vittoria sono venute alla luce, alle 3 della mattina di domenica 29 Giugno.
La notte precedente, dopo che uno dei medici dell’ospedale di Lecco ci aveva detto che non avremmo avuto più del 10% di speranze di salvare le due piccole, l’intervento di una patologa neonatale e del primario di Ostetricia ci avevano ridato la speranza: proviamo a correrla, questa gara, anche se arrivare in fondo sarà quasi un miracolo.
Il decimo chilometro
Il primo momento di difficoltà è arrivato quasi subito, dopo i primi giorni vissuti pensando che da un momento all’altro avremmo potuto ricevere la telefonata che ci diceva che era tutto finito, mentre le nostre visite alla patologia neonatale erano ancora difficili, brevi e piene di emozioni. Una sola regola ci eravamo dati: mai piangere davanti alle bimbe, che pur essendo minuscole sono certamente in grado di capire se noi genitori ci crediamo oppure no.
Al decimo giorno di vita per Vittoria e all’undicesimo per Sofia ecco i primi problemi: una perforazione intestinale per entrambe (non per niente sono gemelle omozigoti) e il primo intervento chirurgico. Tutto finisce bene, le bimbe si riprendono. La prima crisi è passata: si può ricominciare a correre. E siccome nessun maratoneta può avere paura della strada che lo aspetta, Sofia, la piccola, due giorni dopo l’operazione si toglie da sola il drenaggio all’intestino, costringendo i medici a intervenire d’urgenza. Voglio continuare a correre, non mi posso fermare, sembrava urlare dalla sua incubatrice. E solo due mesi più tardi scopriremo che pochissimi bimbi prima di Sofia hanno superato un intervento di questo tipo con un peso corporeo così basso.
La crisi del trentesimo chilometro – Vittoria
Dopo una decina di giorni tutto sommato tranquilli, Vittoria, più avanti di Sofia per questioni di peso, inizia a gonfiarsi. L’intestino è enorme e dopo alcuni giorni di attesa arriva il momento più difficile, una vera e propria crisi del trentesimo chilometro: è una enterocolite necrotizzante, bisogna operare, e le possibilità che la bimba muoia durante l’intervento sono circa del 70%…. ma forse questo per una bimba normale. Lei affronta l’operazione splendidamente, non ha crisi, supera le 24 ore delicate successive e anticipa i tempi: a 4 giorni dall’intervento le funzionalità intestinali riprendono, quando il chirurgo ipotizzava per una bimba di queste dimensioni un tempo di recupero non inferiore ai dieci giorni. Devo correre, non mi posso fermare, il 42.mo chilometro è ancora lontano!
La crisi del trentesimo chilometro – Sofia
Mentre Vittoria migliora giorno per giorno e finalmente il 7 Agosto riesce a farsi stubare, ovvero inizia a respirare autonomamente, entra in crisi Sofia. La bimba si gonfia, ha problemi a vari livelli originati dalla mancata chiusura del dotto di Botallo, un canale arterioso a livello del cuore. Ma non è operabile, le sue condizioni non lo permettono, e ha crisi respiratorie drammatiche; i medici lo dicono chiaramente: non possiamo fare nulla, i farmaci che le stiamo dando non stanno dando effetti, un intervento chirurgico la ucciderebbe, possiamo solo sperare che reagisca. E lei non si fa pregare, dal giorno 8 in poi iniziano i miglioramenti, esce dal pericolo immediato e possiamo fissare l’operazione al cuore per la chiusura del dotto di Botallo, il giorno 21.
Ma ecco gli imprevisti: il giorno 20 una nuova perforazione intestinale, con intervento d’urgenza; poi l’operazione al cuore il 21, poi un’emorragia intestinale il giorno 22, con il chirurgo che ci dice “se non operiamo entro un’ora la bimba muore”. Lei affronta tutto questo, mentre increduli medici e infermiere si chiedono come possa una bimba così piccola superare tutti questi problemi, tre interventi chirurgici di cui due d’urgenza e un terzo al cuore, con il 15% di mortalità, in 60 ore. Sembra incredibile: come correre in preda ai crampi e alle vesciche, e scoprire che proprio ora inizia il pavè, quello brutto; e che quando affrontiamo questo tratto inizia a piovere, la strada è scivolosa, stare in piedi è quasi impossibile, le vesciche hanno cominciato a sanguinare e sono arrivati i crampi… ma Sofia ha rallentato, ha camminato, ha lottato per non ritirarsi, e ora sta pian piano ricominciando a correre. Dal 29 Agosto, giorno in cui anche lei viene stubata, il traguardo non è più una chimera.
Gli ultimi chilometri
Eccoci qua che finalmente possiamo cominciare a pensare alla fine dell’avventura, anche se siamo a Settembre, cioè manca ancora un mese alla data presunta del parto (16 Ottobre), e quindi siamo ben lontani da poter pensare che il nostro percorso sia concluso e che le bimbe possano tornare a casa. Comincia però a essere il momento di pensare al tempo che faremo in questa maratona, ovvero a come Sofia e Vittoria riusciranno a uscire dalla loro corsa; sapendo bene che, come ogni maratoneta sa, la cosa principale è arrivare, il tempo viene in secondo piano.
Ecco la doccia fredda: entrambe hanno un problema serio agli occhi, per Sofia addirittura le speranze di salvare la vista sono definite minime dalla (meravigliosa) equipe del Niguarda. Ma, come sempre, la scienza non ha fatto i conti con le due bimbe maratonete: Sofia viene operata due volte, prima in crioterapia e poi in laserterapia, e dopo i due interventi i medici sostengono che ci sono “buone speranze di salvare una buona vista”. Vittoria ha problemi minori, è sufficiente un intervento in laserterapia, e alla prima visita di controllo al Niguarda prima i suoi occhi verranno definiti “bellissimi” e verrà esclusa anche una semplice miopia.
Lo striscione del traguardo
Vittoria taglia il traguardo il 14 Novembre, quando torna a casa. Ancora non tutto è risolto, ci potrebbe essere un serio problema di udito che andrà monitorato; i medici sostengono che è presto per sapere come andrà a finire, tutto potrà succedere. Ma il traguardo è arrivato e, come sa chiunque abbia partecipato a una maratona, l’importante è tagliarlo, perchè in questa gara si gareggia contro sè stessi, non contro gli avversari. E certamente queste bimbe hanno già fatto vedere quanto e come sanno affrontare le avversità, dunque possiamo solo essere fiduciosi per il futuro.
Sofia al traguardo non ci è ancora arrivata. A oggi, metà Dicembre, è ancora dipendente da una minima quantità di ossigeno; per questo si prevede una dimissione con ossigeno a casa. Anche lei ha il problema dell’udito da affrontare, dovremo controllare la sua vista, ma la bimba cresce, pesa 2 kg e 700 grammi, e pian piano migliora. Siamo certi che il Natale lo farà a casa. Siamo allo striscione del traguardo e finalmente possiamo abbandonarci alla gioia e alle lacrime, a baciare l’asfalto sul quale abbiamo corso. In questo momento non contano i dolori e i problemi che ci siamo portati al traguardo nè quelli che avremo. Ora conta solo essere arrivati sotto lo striscione del traguardo e poter festeggiare e piangere un po’, stavolta di felicità.
Epilogo
Per aver vissuto questa meravigliosa quanto terribile esperienza devo ringraziare tante persone: le mie tre donne, anzitutto, le incredibili Sofia e Vittoria e la loro mamma, Bea, che mai ha smesso di crederci e che ha affrontato questa avventura con una forza indescrivibile, commovente, incredibile. Devo ringraziare anche i medici, le infermiere e tutti coloro i quali hanno contribuito a ottenere questo risultato, facendomi scoprire un mondo fatto di persone incredibili, fantastiche, che donano la loro vita a questi bimbi, lavorando in un reparto che strappa il cuore. Grazie a tutte queste persone abbiamo ottenuto il risultato, ovvero portare a casa queste due bimbe straordinarie.
Io ho fatto poco, pochissimo rispetto a loro. Ma c’è un pensiero che non mi abbandona e che solo un maratoneta può realmente comprendere. Il pensiero è che queste due bimbe strepitose hanno i cromosomi di qualcuno che sa quale forza di volontà ci vuole per superare i momenti di sconforto, per resistere al dolore quando i piedi si coprono di piaghe, i polmoni sembrano scoppiare e la vista si appanna, ma tu non vuoi fermarti. Perchè devi comunque arrivare, devi continuare a correre. Perchè devi continuare a vivere.

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