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Atleti ed esami del sangue: quali differenze?

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Seguire un atleta, agonista o anche principiante, per un professionista della salute è sempre una piccola sfida. Da una parte perché l’atleta ha la necessità (o almeno il desiderio) di essere in perfetta forma. Dall’altra perché i parametri di “normalità” dell’atleta sono spesso molto più ampi rispetto a quelli che ci si possono aspettare nel sedentario.
Conoscere su quali esami questa “normalità dell’atleta” si esplica può essere un utile esercizio che ci aiuta a non prendere lucciole per lanterne davanti a dati ematici o analitici un po’ diversi dal solito.
D’altra parte che non sia facile gestire l’atto agonistico sportivo è dimostrato dai frequenti problemi che atleti della nostra nazionale presentano in gara (vedi il favoritissimo marciatore Alex Schwazer, ritiratosi per problemi di stomaco ai recenti mondiali di Berlino).
Certo, la gara in sé presenta anche problemi di tipo psicologico, tensioni talvolta imprevedibili. Ma intanto conoscere senza dubbi le condizioni assolutamente anomale dell’apparato digerente in gara potrebbe già essere un passo avanti, che eviterebbe agli atleti – per esempio – il grave errore di assumere cibi solidi, con la duplice conseguenza del “furto di sangue” ai danni dell’apparato muscolare, e del blocco digestivo, conseguente alla situazione ormonale specifica (catecolamine, cortisolo, endorfine ed oppioidi naturali), che rende lentissimo il processo.
Ai recenti campionati mondiali di ultramaratona, da noi seguiti dal punto di vista nutrizionale sia nella 100 km che nella 24h, gli unici ad avere problemi intestinali sono stati quegli atleti che non avevano voluto seguire le nostre indicazioni specifiche.
La conoscenza precisa dei meccanismi fisiologici che governano il momento dello sforzo atletico può aiutarci a capire come fare sì che la gara e l’allenamento non vengano “sporcati” da elementi disfunzionali in grado alla fine di ridurre o alterare la prestazione.
Un semplice riassunto dei principi base dell’alimentazione in gara si trova sul volume “L’ultramaratona: allenamento, alimentazione, aspetti mentali” di Luca Speciani edito da “Correre”.
I problemi di “lettura” delle risposte dell’atleta non si limitano tuttavia alle tecniche di alimentazione sotto sforzo, ma riguardano il campo vastissimo della valutazione dello stato di forma e di salute attraverso gli esami del sangue.
Tale lettura non è sempre agevole, e capita molto di frequente che atleti in condizioni assolutamente normali, vengano spediti in ospedale per controlli urgenti a fronte di valori che per il sedentario sarebbero “sfasati” ma che per chi fa sport rappresentano l’assoluta normalità.
È il caso per esempio dei valori del colesterolo, che tendono talvolta ad alzarsi nel loro valore totale, a causa però dell’innalzamento cospicuo del cosiddetto “colesterolo buono” HDL. Un innalzamento dell’HDL, lungi dal rappresentare un pericolo, è invece un forte fattore protettivo cardiaco. Ma qualcuno può spaventarsi trovando valori di colesterolo totale di 300, se non “vede” il contributo dell’HDL magari di 90-95 mg/dl (invece dei 30-35 tipici del sedentario a rischio: si veda in proposito quanto da noi scritto sullo speciale colesterolo del Gennaio 2008, oggi leggibile attraverso il sito della rivista “Correre”).
Il colesterolo comunque non è il solo valore a muoversi. Si muovono con facilità, soprattutto dopo sforzi intensi e prolungati, anche le transaminasi (AST e ALT, comunque non di molto), e (questi sì in modo massiccio) i valori di CPK e LDH, segno inequivocabile di usura muscolare, di solito del tutto transitoria.
L’argomento è stato trattato in modo abbastanza completo da esperti di vari settori nel numero di Agosto 2010 di “Correre”.
Il numero di lettere e di commenti che abbiamo ricevuto “a caldo” ci fa pensare di avere toccato una corda molto sensibile, data la frequenza con cui amici e conoscenti ci riferiscono malintesi con i loro medici curanti.
Questo è evidentemente un campo poco toccato e conosciuto, su cui era importante incominciare a fare chiarezza. Ben vengano i contributi specifici di tutti coloro che hanno a che fare professionalmente con il mondo dello sport per integrare e migliorare ulteriormente queste preziose conoscenze, difficili da reperire sui testi universitari più diffusi.
L’essere umano è nato per stare in movimento, come brillantemente dimostrato dallo studio di anatomia comparata apparso su Nature nel 2004 a firma Bramble e Lieberman.
Se la medicina è strumento di salute – e deve perciò prevedere il movimento come parte di ogni terapia di riequilibrio – non è accettabile che nel terzo millennio una moltitudine di professionisti della salute continui a trattare gli atleti alla stregua di marziani.
Il normale è colui che si muove: l’anormale, quello che va corretto e mandato a fare controlli d’urgenza, perlomeno dal 2004, è il sedentario.

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