La tiroide: un termostato intelligente

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di Luca Speciani

La tiroide è quell’organo che sceglie (su comando ipotalamico) quale ritmo dare alle reazioni metaboliche del nostro organismo. Due milioni di anni di evoluzione hanno insegnato alle tiroidi umane a regolare quel ritmo in funzione della situazione esterna (fame, freddo, pericolo). Capire queste risposte e rispettarle è il primo passo per non cadere in pericolose tentazioni farmacologiche.

Una caloria non è sempre uguale a una caloria

Molto spesso gli endocrinologi ritengono, a torto, che la tiroide abbia dei valori ottimali e che quei valori debbano essere farmacologicamente ripristinati ogniqualvolta si allontanino dalla norma. Per la medicina di segnale non vi è nulla di più sbagliato: la tiroide infatti interpreta le esigenze dell’organismo, impostando la sua attività secondo necessità.

Per capire meglio questo punto è necessario conoscerla un po’ più da vicino.

La tiroide è un piccolo organo endocrino di vitale importanza nella regolazione del metabolismo. Si trova alla base del collo, adesa alla trachea, e secerne attivamente, ogni giorno, la quantità di ormone tiroideo di cui il nostro organismo necessita. 

Il compito dell’ormone tiroideo (triiodotironina, o T3) è in parole semplici quello di stabilire il ritmo metabolico dell’intero organismo. Se vi è tanto ormone i consumi saranno elevati e l’accumulo ridotto al minimo. Se l’ormone è basso prevarrà invece l’accumulo, e i consumi saranno ridotti. Si può dire, insomma, che la tiroide sia il nostro piccolo termostato interno, in grado di regolare il livello di spreco o di risparmio energetico, a parità di introito calorico. 

Perché descrivere funzioni apparentemente ovvie e già ben spiegate in ogni testo di anatomia, fisiologia, biochimica umana? Il motivo è che a molti, talvolta anche tra gli addetti ai lavori, sfuggono due elementi importanti che riguardano la tiroide, e che hanno invece valore enorme per la comprensione di modalità d’interazione più profonde con la patologia tiroidea. 

Il primo elemento è legato alla comprensione del fatto che se la tiroide è un termostato, serve una manina che va a regolarlo. Questa manina è costituita dall’asse endocrino che parte dall’ipotalamo (componente del nostro cervello più antico, deputata alla regolazione di tutti gli organi endocrini) e passa per l’ipofisi (altro pezzettino di cervello deputato alla regolazione endocrina). In tale schema operativo la tiroide è solo un operaio che esegue ordini. Quelli del caposquadra (l’ipofisi), ma soprattutto quelli che il proprietario dell’impresa (l’ipotalamo) ha impartito all’ipofisi. 

Vedremo presto quanto questa impostazione concettuale cambi le carte in tavola rispetto alla pratica medica comune che considera la tiroide l’organo su cui intervenire farmacologicamente in caso di squilibrio.

Il secondo elemento, ancora più rilevante, è la comprensione del fatto che l’ormone tiroideo modifica il tasso di trasformazione dell’energia chimica contenuta nel cibo, in energia di pronto utilizzo (per esempio muscolare). 

Rileggiamo con attenzione questa affermazione e non lasciamoci sfuggire il suo profondo significato: se produco tanto ormone tiroideo (e non è la tiroide a deciderlo, ma l’ipotalamo) molta dell’energia assunta col cibo andrà sprecata sotto forma di calore. 

Se ne produco poco, al contrario, sprecherò pochissimo come calore, e tenderò invece ad usare o accumulare tutto quanto assunto col cibo  per i processi metabolici (presenti o futuri) dell’organismo. Tendendo dunque ad accumulare o ad ingrassare. 

Questo fatto, documentato con chiarezza in ogni testo di biochimica del secondo anno di qualsiasi facoltà scientifica, rende del tutto sciocca l’affermazione “una caloria è sempre uguale ad una caloria”, che pure spesso viene recitata a macchinetta da figure professionali che invece ben dovrebbero conoscere l’argomento. 

Una caloria è sempre una caloria solo da un punto di vista termodinamico (l’energia non si crea e non si distrugge, cambia solo forma). Se però, fatto 100 il mio introito calorico alimentare, posso scegliere se accumularlo tutto oppure (senza contraddire le leggi della termodinamica) metterne solo metà in accumulo sprecando l’altra metà in calore, è evidente che per il mio organismo la stessa caloria proveniente dal cibo smette di avere il medesimo significato. 

Teniamo quindi bene a mente questi due caposaldi: 

1) la tiroide è solo un esecutore

2) indica all’organismo quanto può trattenere e quanto sprecare dell’energia chimica assunta col cibo. 

Avere ben presente questi due fatti (peraltro scientificamente inconfutabili) ci aiuterà non poco nella comprensione delle dinamiche psicofisiche sottese alla patologia tiroidea.

Una metafora calzante

Per capire più a fondo quale sia il prezioso lavoro della tiroide useremo una metafora montana.

Immaginiamo di essere i proprietari di una casa di montagna dotata di una grande stufa. È nostro compito gestire il riscaldamento di questa casa e dobbiamo farlo senza correre il rischio di rimanere a secco con la legna. 

Disponiamo della stufa, per bruciare combustibile e scaldare, e di una capiente legnaia dove stivare legna. 

Naturalmente è nostro interesse non stivare in legnaia legna inutile (che ci toccherebbe pagare anticipatamente) ma dobbiamo anche preoccuparci di disporre sempre di quantità adeguata di legna per nutrire la stufa e mantenere una temperatura adeguata. 

Le variabili in gioco sono due: la temperatura esterna e la possibilità di rifornirsi di legna al mercato. In funzione di queste prenderemo le nostre decisioni posizionando l’asticella sul livello di scorte e sulla temperatura della stufa più idonei alla nostra sopravvivenza. 

In questa metafora la casa in montagna è il nostro organismo, la stufa rappresenta la tiroide. Noi siamo l’ipotalamo, la legna è il cibo e la legnaia il tessuto adiposo. Per semplicità abbiamo omesso l’ipofisi, che potrebbe essere un garzone che mette la legna nella stufa su nostro ordine.

Creiamo ora un primo scenario: la temperatura esterna è molto bassa, e richiede dunque molta legna da mettere nella stufa. I rifornimenti di legna però sono frequenti e abbondanti, dunque tutto va per il meglio. Le scorte possono essere basse e la stufa lavora a pieno regime (eutiroidismo). 

Se modifichiamo lo scenario semplicemente riducendo frequenza o entità dei rifornimenti, accade subito qualcosa. La stufa, di per sé, è sempre la stessa, ma noi proprietari di casa (l’ipotalamo) prendiamo subito qualche provvedimento difensivo. 

Prima di tutto riduciamo un pochino la potenza della stufa (teniamo chiusa qualche stanza, accettiamo 20 gradi invece dei 22), e in secondo luogo (non si sa mai) aumentiamo un pochino le scorte in legnaia (depositi adiposi). 

Se la situazione torna in breve tempo normale, tutto torna rapidamente e reversibilmente come prima. Se invece la situazione di carestia permane (per esempio per una lunga dieta ipocalorica o per una situazione cronica di malassorbimento intestinale), le modifiche possono stabilizzarsi in senso ipotiroideo. Il che significa legnaia sempre più piena e stufa che brucia ad un ritmo sempre più basso. Non importa se le scorte sono elevate: il buon proprietario di casa che non ha certezza di nuovi rifornimenti tenderà ad utilizzare nella stufa solo una minima parte di quanto acquistato, rinunciando a un po’ di comfort in cambio di una maggiore sicurezza futura. Il tutto in quasi totale indipendenza dalla quantità di calorie assunta: la stufa è infatti saldamente sotto il controllo del padrone di casa, ed è a lui che si deve fare riferimento se vogliamo ripristinare con i corretti segnali una situazione di maggior equilibrio. 

Lo ripeto ancora una volta per maggiore chiarezza: la stufa non fa niente da sola. Esegue solo i comandi dell’ipotalamo/padrone di casa. Non ha dunque alcun senso accanirsi farmacologicamente sulla stufa stessa. Se la decisione centrale è (saggiamente) quella di ridurre il riscaldamento, qualunque forzatura artificiale non potrà che scatenare una reazione contraria ancora più forte. Che è esattamente ciò che accade nell’esperienza clinica quotidiana.

In termini evolutivi si può dire che noi siamo gli eredi di quegli organismi che sono sopravvissuti comportandosi metabolicamente in questo modo. Gli altri, che avevano magari  la tendenza a bruciare tutto nella stufa, non hanno eredi che siano qui a raccontarcelo.

Miti e credenze che non tramontano

Molte persone, e tra queste ahimè anche alcuni professionisti del settore, ripetono infantilmente frasi come “Nel Biafra sono tutti magri” o “Una caloria è sempre una caloria” o ancora l’orribile “Finché non chiude quella bocca, signora mia, non dimagrirà mai” sottintendendo con questo che se si mangia una caloria in più, questa inevitabilmente genererà ingrassamento. Purtroppo per costoro le cose non stanno così. Il fallimento delle diete ipocaloriche (in cui si scende di peso perdendo in prevalenza massa magra e si recupera poi tutto con gli interessi in tempi brevi) è sotto gli occhi di tutti. 

La comprensione del funzionamento della tiroide potrebbe aiutare molti a capire davvero come funziona il meccanismo. Proviamo dunque, fuor di metafora, ad entrare più nel dettaglio del “come”. 

L’ormone tiroideo ha come obiettivo quello di “disaccoppiare”, all’interno della cosiddetta “catena dei citocromi”, la trasformazione dell’energia alimentare in ATP (che è la “moneta di scambio” per qualunque attività, interna al nostro organismo, che abbia un costo). Questi paroloni significano che la tiroide induce uno spostamento nel risultato della trasformazione dell’energia contenuta nel cibo. Se c’è tanto ormone tiroideo si produrrà poco ATP e tanto calore (propensione al consumo), mentre se di ormone ce n’è poco si produrrà molto ATP e poco calore (propensione all’accumulo), indipendentemente dalle calorie assunte. 

Questi dati biochimici sono conosciuti da anni e del tutto inconfutabili. Qualunque testo universitario di biochimica li riporta. Eppure nell’immaginario collettivo si ingrassa con una caloria in più e si dimagrisce con una caloria in meno. Tutto il resto, dalla tiroide allo stato infiammatorio, dai farmaci in uso all’insonnia, dai malassorbimenti allo stress, non conta nulla. 

Contro questa visione riduttiva dell’uomo e del paziente non smetterò mai di ribellarmi.

Ricordare bene, dai libri di medicina, l’azione dell’ormone tiroideo all’interno del mitocondrio può da un lato aiutarci a comprendere le cause vere della malattia. Dall’altro può evitarci qualche brutta figura. 

In sintesi: capire il funzionamento della tiroide e i segnali che ne stimolano o inibiscono l’attività, significa poter indirizzare le nostre risposte metaboliche nella direzione da noi desiderata. Ma prima di tutto occorre capire che un eventuale rallentamento dell’attività tiroidea non è necessariamente malattia (anche quando supportato da autoanticorpi) ma solo una risposta adattativa ad una situazione che richiede prudenza metabolica.

Imparare a rispettare le risposte del nostro corpo è il primo passo verso una salute completa, ben diversa dalla inarrestabile tendenza a forzare farmacologicamente ogni situazione verso dei valori “ideali”, oggi tanto di moda, e che tanti danni produce.

La tiroide è un pezzo di noi. Lenta o veloce che sia, impariamo ad amarla e rispettarla, comprendendo semmai le motivazioni (fisiche o psichiche) delle sue risposte e, se del caso, imparando a correggerle in modo naturale.

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