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Da quest’anno moriremo più giovani: perché?

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Con il mese di settembre 2016 inizia la collaborazione mensile di Luca Speciani e Lyda Bottino con Cucina Naturale, storica rivista di alimentazione naturale, in edicola fin dai primi anni ’80. Un ulteriore spazio espressivo per chi ama la stampa libera, nel triste panorama di un’editoria troppo spesso asservita all’industria. Un grazie a chi continua a dare spazio, con coraggio, a verità scomode.
È successo
Ebbene sì, è successo. Dopo centinaia di anni in cui l’aspettativa di vita media dell’essere umano ha continuato a crescere, per la prima volta, stando ai dati del rapporto “Osservasalute” del 26/4/16, è scesa. L’aspettativa di vita alla nascita nel 2015 è rispettivamente di 80,1 anni per gli uomini e di 84,7 per le donne. Nel 2014 era superiore: 80,3 per gli uomini, 85 per le donne. Un’inezia, apparentemente, ma il dato è importante: per la prima volta osserviamo un calo. Una legnata nei denti per tutti quegli inguaribili ottimisti che, di fronte alle critiche rivolte alla scarsa qualità dell’attuale nutrizione umana, hanno continuato (ciechi e sordi verso ogni ragionamento logico o scientifico) a ripetere a macchinetta il concetto che “comunque l’aspettativa di vita è sempre aumentata negli ultimi decenni” (ergo: va bene così).
Le cause

Quali cause abbiano generato un così duraturo allungamento della vita media è scientificamente noto. Gli uomini primitivi, nel paleolitico, avevano tassi di mortalità al parto e nel primo anno di vita vicini al 50%, che salivano al 75% nei primi 5 anni. Da lì in avanti questi valori sono migliorati in modo regolare e costante, fino ai tassi irrisori dell’epoca attuale (sebbene ancora nel 1800, nelle famiglie meno abbienti, fosse frequentissima la perdita di alcuni tra i numerosi bimbi di ogni “nidiata”). Questo dato da solo giustifica quasi interamente il costante progresso che ci ha portato fino ad oggi. Non si può tuttavia tacere l’importanza – almeno nel mondo occidentale – del generale miglioramento delle condizioni igieniche (servizi igienici, fognature, acqua potabile, controlli sanitari sulle derrate), della drastica riduzione della povertà (meno persone stipate in un appartamento, meno freddo, più servizi, meno sporcizia) e di una maggiore disponibilità di cibo (in grado di meglio supportare una buona funzionalità immunitaria). I fan di antibiotici e vaccinazioni si rilassino: la curva di mortalità inizia la sua discesa ben prima dell’introduzione di questi ultimi (peraltro utilissimi in determinati casi), e non varia in modo importante con l’introduzione massiva di questi nuovi presidi.
Calorie e proteine

L’alimentazione, dunque, ha svolto un ruolo considerevole nel miglioramento delle condizioni di vita, nei secoli passati, con grandi effetti molto visibili (come ad esempio l’aumento consistente delle nascite e dell’altezza media degli individui) a partire dagli anni ’60 del secolo scorso. Che cosa è cambiato? Innanzitutto l’abbondanza dell’apporto calorico, spesso, in passato, insufficiente a coprire l’intero fabbisogno di individui dediti a lavori comunque pesanti (fossero essi contadini o artigiani). Un apporto calorico adeguato sappiamo oggi essere correlato con una corretta funzionalità tiroidea, con un adeguato sviluppo osteo-muscolare e cerebrale, con una maggiorata risposta surrenale allo stress e ad una perfetta funzionalità riproduttiva (si pensi alla cancellazione del ciclo mestruale in una ragazza anoressica per capire il danno prodotto da una forte restrizione calorica). Secondariamente è variato in aumento l’apporto proteico. Sappiamo anche qui che una carenza proteica impedisce un corretto sviluppo delle masse muscolari, delle ossa, delle cartilagini, della pelle e di tutte le funzioni ormonali (ormoni peptidici), immunitarie (anticorpi) e di trasporto (albumina, emoglobina) all’interno dell’organismo. Un incrementato consumo di proteine e di calorie ha senza alcun dubbio contribuito ad aumentare nel secolo scorso l’aspettativa di vita media.
Inquinamento, farmaci, junk food

Oggi però siamo giunti al “redde rationem”, alla resa dei conti. Ci siamo lasciati cullare dalla credenza relativa agli infiniti progressi della scienza medica e alimentare, come se fossero costoro i responsabili dell’aumento della longevità. Ci siamo sbagliati di grosso. Le motivazioni erano quelle sopra citate. Le aberrazioni alimentari a cui certa industria ci sta abituando sono a tutti gli effetti le cause principali di questo improvviso decadimento. Una realtà che da anni non sfugge a chi abbia attenzione verso il mondo che ci circonda.
Il cibo naturalmente non può essere incolpato come il solo responsabile. L’inquinamento ambientale, cresciuto a livelli inaccettabili, va messo in conto. Così come la sedentarietà, sempre più diffusa e vissuta come “normale” quando normale non è. E infine l’uso ed abuso di farmaci che, volti alla sola soppressione dei sintomi, rendono l’uomo moderno cronicamente dipendente da sostanze chimiche esterne, senza mai guarirlo, con effetti collaterali che poi richiedono altri farmaci per essere tamponati, in un crescendo parossistico che ci porta ad essere tutti, costantemente, malati. Inquietante, da questo punto di vista, la statistica Eurostat che ha visto scendere, nel periodo 2005-2013, l’aspettativa di vita in salute (diversa dall’aspettativa di vita tout court) da 67,2 a 61,4 anni. Cioè mentre l’aspettativa di vita saliva di due anni, quella di vita in salute scendeva di sei. Occhi attenti avevano già capito l’andazzo con un certo anticipo.
Un messaggio forte

Se dunque l’alimentazione scorretta riveste un ruolo primario nel peggioramento della salute pubblica, potrebbe essere il momento per una riflessione reale sul decadimento della qualità dei cibi che quotidianamente consumiamo. A fronte di centinaia di lavori scientifici che documentano i gravi danni provocati dal consumo di zucchero (si, anche di canna, anche fruttosio), di edulcoranti artificiali e di farine raffinate (si, anche di kamut o di farro), come è possibile accettare che negli ospedali, nelle mense scolastiche, nei ricoveri per anziani vengano serviti pasta e pane bianchi raffinati, e biscotti o dolcetti pieni di zucchero raffinato? È possibile che i nostri figli debbano vedere in TV, tra un cartone e l’altro, solo pubblicità volte ad esaltare il piacere di consumare dolciumi e caramelle? Chi è che ci protegge da questo nefasto condizionamento? Basterebbe poco, in fondo. Per esempio eliminare quell’offensivo distributore automatico di merendine zuccherate che ci guarda dalle pareti della sala d’aspetto dell’ambulatorio pediatrico della nostra ASL. Per esempio obbligare tutte le mense pubbliche a servire pane, pasta e cereali solo integrali, vietando contestualmente l’aggiunta di zucchero raffinato o di grassi idrogenati (già vietati in numerosi paesi europei) a qualunque alimento. Sarebbe un messaggio forte, semplice, diretto, per tutti. Che toglierebbe al grasso ristoratore quel sorriso idiota con cui ci dice “non siamo mica a dieta..” quando osiamo chiedere se, tra i tanti, hanno anche un primo fatto con farina integrale.
Chi tutela la nostra salute?

Le istituzioni che dovrebbero difenderci non paiono particolarmente interessate a tutelare la salute dei cittadini. Più spesso, a giudicare dai commenti rilasciati alla stampa, sembrano avere maggior interesse a tutelare l’industria dolciaria, e quella farmaceutica che dal peggioramento della salute pubblica trae continuo vantaggio. Eppure credo che i dati evidenziati dalle recenti statistiche siano visibili anche a loro. O siamo solo noi medici che visitiamo in studio sempre più persone diabetiche, obese, cardiopatiche? Se nel secolo scorso la nonnina diabetica era novantenne, oggi vediamo sempre più giovani madri o padri di famiglia con la glicemia già pesantemente alterata. Poichè queste persone sono e saranno in futuro un’eccellente fonte di fatturato farmaceutico e chirurgico, tutti zitti. Eppure si potrebbe, come silenziosamente facciamo in tanti, nei nostri studi, far regredire questa subdola patologia “da zucchero” semplicemente con interventi sullo stile di vita, tra i quali una corretta alimentazione riveste il ruolo principale. Ridurre l’incidenza di diabete e sovrappeso significa ridurre il rischio di cancro, di patologie cardiovascolari, di malattie autoimmuni, di patologie ortopediche, dentarie, oculistiche. Quanto risparmio genererebbe alle casse dello stato un siffatto intervento? Non sarebbe opportuno che chi è pagato per farlo, incominciasse ad agire? O, se non ne è all’altezza, a farsi educatamente da parte?
Non vecchi ma sani

Non è la durata della vita ad interessarci ma la qualità della stessa. Fatemi vivere un anno di meno, ma voglio morire facendo l’amore, pedalando in bicicletta o camminando in montagna. In piena salute fino alla fine. Tutto il mondo occidentale sta purtroppo andando nella direzione opposta, schiacciato dalla nefasta influenza degli interessi industriali. Opporsi a questa deriva significa prima di tutto essere consapevoli di ciò che si mangia ogni giorno, ed essere esigenti sulla qualità di ciò che ingeriamo. Non sarà mai troppo tardi per rimettersi in carreggiata.

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