Di Luca Speciani
Un corretto approccio clinico deve tenere presente il fatto che la tiroide regola le sue risposte, secondo una logica di difesa e protezione dell’organismo, sulla base dei segnali fisici e psichici che riceve. Trattare con farmaci serve solo a fare danni. Se non ci piace la velocità della nostra tiroide non abbiamo che da correggere i fattori di disturbo che l’hanno rallentata.
Perché la tiroide rallenta?
Il medico di segnale ha, tra le sue peculiarità, quella di considerare la malattia un segno da imparare a leggere, a capire e a guarire. Non solo un sintomo da rimuovere.
Le valutazioni mediche da effettuare non devono mai fermarsi allla sola catalogazione dei sintomi o alla diagnosi del malessere. Occorre interrogarsi sul significato della patologia in essere e capire se attraverso quella il corpo stia cercando di dirci qualcosa. Perché ogni sintomo e ogni malattia vengono alla fine prodotti da noi, e da nessun altro.
Immaginiamo di avere un forte mal di testa.
La nostra mente ci dirà: “Uffa, che scocciatura, voglio eliminarlo al più presto possibile perché devo lavorare, andare in discoteca ecc.” come se fosse qualcosa di esterno a noi.
Se chiedessimo invece cosa ne pensa il nostro corpo riceveremmo una risposta molto diversa. Il corpo ci direbbe: “Beh, amico, l’ho prodotto io quel mail di testa. Vorrà dire qualcosa, o no?”.
Il corpo sa che abbiamo digerito male, ci siamo stancati troppo, non abbiamo dormito, abbiamo la pressione alta, le vertebre cervicali si toccano, o abbiamo bevuto troppo vino. E ce lo dice con forza. Ignorare questo segnale e assumere un farmaco vuol dire limitarsi a considerazioni superficiali e non essere in grado di ascoltarsi neanche un po’.
Anche nel caso della tiroide il ragionamento è identico. Con il pensiero razionale diremo: “il medico dice che i valori tiroidei non sono a posto: con un farmaco ci togliamo il pensiero”.
Se ragioniamo col corpo diremo invece: “Amico, questo rallentamento metabolico l’ho generato io per proteggerti. Vuoi darmi retta e rallentare un pochino? Con quei consumi e lo scarso nutrimento che assumi, tra poco andiamo in riserva!”.
Ragionare col corpo può davvero aiutarci a non commettere gravi errori di sottovalutazione del problema.
Cibo sano e abbondante, e la tiroide lavora
Per rimettere in riga dall’interno una tiroide un po’ impigrita la via principale è quella di nutrirsi con abbondanza, e in modo naturale.
Può esistere un modo “natural” di alimentarsi? Senza dubbio si, a patto che i cibi che si scelgono siano quelli che ci hanno accompagnato nel corso dell’evoluzione (frutta, verdura, carne, pesce, uova, semi, noci, tuberi) e non le porcherie zeppe di zuccheri e farine raffinate che invadono ogni giorno le nostre tavole.
Quando si parla di “intuitive eating”, infatti, la più comune osservazione che si riceve è la seguente: “Eh si, ma se io mangio a sensazione non mi fermo più e ingrasso”.
Scopriremo insieme che questo non è per niente vero, se si rispetta la condizione fondamentale di scegliere il cibo “dell’uomo”.
Qualcuno ha mai visto uno scoiattolo obeso, cartoni animati a parte? E un lupo o un’antilope? Gli animali che vivono in natura non ingrassano mai: possono essere deperiti per carenza di cibo o in piena salute se correttamente nutriti, ma – anche in periodi di grande disponibilità alimentare – non accumulano mai grasso in eccesso rispetto al loro fabbisogno. Gli unici animali grassi al mondo, oltre all’uomo, sono quelli a cui diamo da mangiare noi nelle nostre case o negli zoo.
Lo scoiattolo obeso la cui foto ha fatto qualche anno fa il giro del mondo (oggi in copertina al nostro “Guida pratica alla dietaGIFT e all’alimentazione di segnale”) ha la sfortuna di vivere a fianco del parcheggio del Morro Park, in California, nutrito dai tanti bimbi che lo frequentano con i loro (e nostri) cibi spazzatura: caramelle, dolcetti, patatine.
Appare quindi forte e chiaro come la differenza sostanziale non sia nella quantità di cibo consumata, ma nella qualità dello stesso. Un cibo di qualità (dove per qualità si intende “pulito”, ovvero integro – non raffinato – e privo di interferenti endocrini o di additivi industriali) genera una regolazione dei centri ipotalamici di fame e sazietà, impedendo l’iperalimentazione. Tale regolazione induce accumulo o consumo delle scorte grazie allo stimolo naturale di molecole di segnale.
L’azione delle molecole segnale prodotte dal tessuto adiposo (leptina, resistina, visfatina, adiponectina), che rispondono in modo preciso a modifiche nello stile di vita, rendono del tutto superato, perché scientificamente obsoleto, il calcolo delle calorie come sistema di dimagrimento.
E allora come si fa a restare magri e in forma, e con una tiroide funzionante, mangiando a sentimento? Un buon sistema può essere quello di farsi virtualmente accompagnare a fare la spesa da un nostro amico del paleolitico. Tutto ciò che lui riconosce come cibo lo possiamo mettere nel carrello. Ciò che non riconosce lo lasciamo sullo scaffale.
Riempiremo quindi il carrello di ogni tipo di frutta e verdura, di carni, pesce, uova, di farine, di semi, di legumi, di noci, di patate. Ma lasceremo sullo scaffale biscotti e biscottini, pasta e riso raffinati, cioccolati, patatine, crunchy pops, caramelle, alcolici, bibite gassate, torte industriali ecc.
Vogliamo scommettere che, combinando assieme in modo gustoso gli alimenti del nostro amico paleolitico la sazietà arriverà quanto prima? Non è una scommessa da poco: può restituire a molti di noi il piacere di mangiare del buon cibo e di vivere il nostro corpo come amico invece che come nemico. La nostra tiroide, in grado finalmente di godere di un’alimentazione abbondante e naturale, ringrazierà.
Ma siamo tutti “malati” di tiroide?
A questo punto ne sappiamo abbastanza per inoltrarci un po’ di più nella clinica dell’ipotiroidismo. Prima di tutto esaminiamo i valori ematici relativi al funzionamento della tiroide: TRH (ormone ipotalamico), TSH (ormone ipofisario), fT3 e fT4 (ormone e preormone tiroideo), antiTPO (autoanticorpi contro l’enzima tireoperossidasi).
Il primo segno di una tiroide lenta è un leggero innalzamento del TSH (thyroid stimulating hormone), l’ormone ipofisario che ha lo scopo di stimolare la tiroide a lavorare un po’ di più. Il TSH rappresenta in un certo senso il “frustino” del cocchiere che deve far trottare il “cavallo” tiroide.
È un esempio di regolazione dall’alto. La stufa è un pochino difettosa, tira poco, ha legna umida, e l’ipofisi ci mette una pezza, aumentando un po’ il tiraggio. È una regolazione semiautomatica, che in un certo senso prescinde da bisogni di livello più elevato. Semplicemente la tiroide stenta un po’ e l’ipofisi la frusta un pochino per mantenere giusto il suo rendimento. Il fatto che i valori di fT3 e fT4 si mantengano nel range di normalità significa che non vi è nulla di grave e che il problema va inquadrato nei termini di un lieve ipotiroidismo subclinico, dove per subclinico si intende con assenza di qualunque sintomo.
Questo è un punto fondamentale da capire: un rallentamento subclinico non rappresenta una patologia, ma solo il segno (non necessariamente determinante) di una possibile futura patologia. Un po’ come un ragazzo con la pressione perfetta, che abbia tuttavia genitori e nonni ipertesi. Potrà sviluppare ipertensione oppure no, se il suo stile di vita sarà sufficientemente accorto da contrastare la tendenza ereditaria. Lo stesso vale per la tiroide, che però oltre a rispondere all’ereditarietà è particolarmente sensibile agli sbalzi alimentari e metabolici, avendo un ruolo di primo piano proprio in questo tipo di regolazione.
Trattare un paziente con TSH più elevato della norma con terapia sostitutiva ormonale (eutirox, tirosint, Tiche, tiroide suina) è dunque concettualmente errato, come ben documentato da Garber et al. nel lavoro pubblicato su Endocrinological practice (“guidelines for hypothyroidism in adults”).
In tale lavoro Garber mette in guardia dal trattare con ormone sostitutivo tutti quei pazienti che presentino valori di fT3 e fT4 nella norma. Trattando, spiega Garber, si induce ipertiroidismo iatrogeno, con insonnia, tachicardia, deperimento, agitazione. E allora qualcuno mi spiega perché un’intera generazione di endocrinologi (ma anche di medici di medicina generale) tratta con estrema aggressività qualunque paziente che presenti valori di TSH appena fuori range (per esempio 5) e talvolta anche pazienti perfettamente in range, ma nella fascia più alta del range stesso (per esempio con TSH pari a 3-4 invece che 2)? Non si rendono conto di indurre così sintomi da ipertiroidismo, che il corpo dovrà poi sforzarsi per compensare?
Talvolta addirittura si trattano con ormone sostitutivo pazienti che hanno a norma sia il TSH che fT3 e fT4, solo per il fatto che vi sia una leggera positività negli anticorpi antiTPO.
Qui si rasenta davvero l’assurdo. Tutto l’organismo sta funzionando perfettamente, ma per mantenere quell’equilibrio “decide” di fare uso di uno dei tanti strumenti a disposizione dell’organismo per rallentare un pochino una tiroide che va troppo veloce per le nostre esigenze. Lo strumento è un innocuo autoanticorpo che limita la funzionalità di un enzima (appunto la TPO o tireoperossidasi) il cui scopo è di catalizzare la trasformazione di un precursore in ormone tiroideo. In pratica viene rallentata ad arte, fino ai valori ritenuti ottimali dall’ipotalamo, la produzione naturale dell’ormone. Un processo biologico che avviene in modo simile in cento altre parti del corpo. Ma la nostra arroganza non può accettarlo. Abbiamo coniato un termine apposta per definire questa “patologia”: tiroidite autoimmune di Hashimoto! E si sa che dal Giappone arrivano solo cose serie. Dunque si tratta con farmaci anche in questo caso, facendo credere al paziente che sia vittima di un truce scherzo del destino che gli ha regalato questa terribile malattia autoimmune, fortunatamente curabile.
Trattare i subclinici?
La domanda sul perché l’organismo abbia attivato questa risorsa resta sempre tra le righe. C’è la patologia, è autoimmune, è descritta su internet, ergo: va trattata. Ma se il corpo stava cercando solo di ridurre un po’ l’ormone in circolo, come pensate che risponda quando ogni mattina, grazie alla terapia sostitutiva, ne riceve un’altra bella dose? Naturalmente reagisce aumentando ancora il valore degli anticorpi antiTPO, come logica suggerisce. Il che conferma al terapeuta che “la patologia è incurabile”, e gli fa talvolta aumentare ulteriormente i dosaggi.
La prova del nove della correttezza di questo ragionamento è che non appena, grazie a modifiche alimentari e di stile di vita, riesco a ridurre i dosaggi di terapia ormonale, quasi immediatamente (nel giro di uno-due mesi) i valori degli antiTPO ricominciano a scendere, fino in alcuni casi a normalizzarsi. Al contrario, trattando con il farmaco ormonale, salgono continuamente, tanto che molti colleghi dicono ai loro pazienti di non misurarli più perché “tanto non scendono mai”. Ovvero: un farmaco viene dato perché si rileva un valore alto di un anticorpo, e a causa del farmaco questi valori si impennano ancora di più. Provate a pensare un caso simile con l’ipertensione o con la glicemia, e vi verrà da ridere. Se non ci fosse da piangere.
Trattare pazienti subclinici è un grande affare per chi produce e vende farmaci, ma un pessimo affare per chi, sano, venga senza motivo catalogato tra i malati, subendo trattamenti inutili e patendo le conseguenze iatrogene della forzatura subita.
La carestia rallenta la tiroide
Se cerchiamo di capire quali possano essere le cause principali che possono indurre l’ipotalamo a rallentare dall’interno la tiroide, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.
La velocità del nostro automezzo/corpo deve per forza essere commisurata alle quotidiane difficoltà del vivere. Ogni segnale di emergenza, di pericolo, di inquietudine, di incertezza verso il futuro, può e deve influenzare il ritmo tiroideo. Se siamo qui oggi è perché i nostri antenati preistorici, una volta feriti, in carestia, umiliati in coda alle gerarchie della tribù, avvelenati da cibi tossici, stancati da estenuanti cacce, stressati da lutti e dolori, sono stati capaci di ridurre i loro consumi al lumicino producendo meno ormoni tiroidei e preservando le loro risorse per momenti migliori (una volta guariti, ben nutriti e fortificati).
Se lo sciamano avesse avuto a disposizione la terapia ormonale sostitutiva con levotiroxina sarebbero tutti morti al perdurare della carestia o del disagio, e noi non saremmo qui a disquisire.
Possiamo dunque dire che esistono cause naturali di rallentamento tiroideo, sia di tipo fisico che psichico, la cui caratteristica comune è quella di mettere a rischio il futuro dell’organismo.
Il problema fisico che più di tutti è in grado di generare rapidamente ipotiroidismo è senza dubbio la carenza di cibo. Carenza che può essere diretta (anoressia, diete ipocaloriche) o anche indiretta (anziani, malassorbimenti, dissenteria cronica, malattie infiammatorie intestinali, celiachia, chirurgia bariatrica, amfetamine, vomito autoindotto, lassativi).
Se non mangio a sufficienza il corpo si difende rallentando i consumi, e la tiroide è il primo organo a rispondere in quella direzione.
Eccessi, infiammazione e altre cause
L’infiammazione in genere è la seconda causa più importante di ipotiroidismo. Se pensiamo a un uomo ferito, avvelenato, infettato da parassiti, capiamo subito che una buona linea di difesa può essere quella di risparmiare energie producendo più scorte(ATP) e meno calore.
Oggi simuliamo situazioni infiammatorie come quelle sopra descritte semplicemente ingozzandoci di latticini, di frumento, di sale, di cibi lievitati, di additivi/conservanti, di zucchero e farine raffinate. Non sarà mai troppo tardi per imparare a controllare l’infiammazione da cibo.
L’eccesso di sport, di stress o di fatica fisica in genere può essere anch’esso annoverato tra le cause di ipotiroidismo. In questo caso però va compreso che il problema non è legato al movimento in sé quanto piuttosto all’eventuale alterazione del bilancio energetico dovuta alle calorie consumate nell’attività.
Compito del terapeuta dunque è in questo caso solo quello di bilanciare l’attività svolta con l’apporto energetico alimentare.
Non prendo qui in considerazione come cause primarie quelle scolasticamente descritte sui libri di testo: cisti, noduli, anticorpi antiTPO o anti tireoglobulina. Queste non sono cause ma effetti. Sono la risposta dell’organismo che usa tutte le risorse di cui dispone per rallentare la velocità di un’automobile che sta andando troppo forte in relazione alle sue dotazioni contingenti.
Se le cause maggiori sono dunque quelle qui descritte (carenza calorica, shock psichici, infiammazione, eccesso di consumo), un medico di segnale ha un’occasione preziosa per poter lavorare alla rimozione di ciò che ha provocato il sintomo.
Senza farmaci e senza soppressioni sintomatiche.
Al limite con integratori naturali come vitamine, antiossidanti e minerali come il selenio, cofattore delle deiodinasi, gli enzimi che trasformano il T4 in T3.
Non forzare ma comprendere
Serve con decisione ripristinare le condizioni migliori nelle quali quest’automobile possa correre a velocità maggiori di quelle attuali, prendendo atto con maturità dell’individualità di ciascuno di noi e posizionando quindi l’asticella sul livello ideale per ogni individuo.
Ci sono organismi in grado di reggere sempre i 100 all’ora ed altri che già a 70 sono in difficoltà. Il lavoro sinergico del medico e dello psicoterapeuta può far accettare al paziente i propri limiti rendendolo consapevole delle sue effettive potenzialità. Aspettative troppo elevate possono rischiare di far saltare il banco.
È ora di incominciare a lavorare sulle patologie endocrine assecondando il prezioso lavoro di riequilibrio esercitato dal nostro organismo, invece di contrastarlo.
La comprensione delle cause profonde fisiche e psichiche del malessere in atto è la via più efficace per ripristinare stabilmente la salute.