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I prodigi della tecnologia

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di Luca Speciani
Articolo tratto dal numero 126 de L’altra medicina

Vite alienate
Chi mi conosce sa che sono appassionato di storia e di antropologia, e sa anche che ho da sempre uno sguardo critico nei confronti del distacco sempre maggiore tra vita in natura e vita alienata di oggi. Nella ideazione dei principi guida della Medicina di segnale mi sono spesso rifatto alle abitudini di vita e di nutrizione dell’uomo primitivo pre-agricolo, riconoscendo a quelle modalità (forgiate da due milioni di anni di selezione del genere Homo) un valore di autenticità ben diverso rispetto alle derive attuali di un mondo meccanizzato e di una nutrizione totalmente avulsa da quella che ha contribuito a strutturare la nostra fisiologia e il nostro apparato digerente.
Vivere inscatolati in cubi riscaldati, muoversi sempre su due o quattro ruote, assumere i ritmi dell’orologio (invece di quelli del giorno è della notte), col corpo invaso da decine di molecole chimiche farmacologiche da cui si è ormai dipendenti, non è più in alcun modo tollerabile. Come non è accettabile cibarsi solo di zuccheri raffinati, edulcoranti, pesticidi, addensanti, esaltatori di sapidità e aromi artificiali. Tutto questo ci sta portando verso un’umanità flaccida, malata e depressa, lontanissima dalle attitudini naturali che ci hanno accompagnato, selezionato e consentito di vivere con successo su questo pianeta per un tempo lunghissimo.
Che sia giunto il tempo per una riflessione più matura sulla nostra situazione?

La parte giusta del mondo?
D’altra parte, chi di noi vorrebbe rinunciare in toto alle comodità offerte da internet, dal riscaldamento, dal telefono, dai navigatori, dall’intelligenza artificiale, dalla comodità degli ordini online, da letti comodi, dall’acqua corrente, dagli antibiotici, dall’automobile, da treni e aerei, dalle previsioni meteo, dal denaro virtuale, dalle videoconferenze, dallo smart working, dalla globalizzazione che mette sulla nostra tavola cibi di altri continenti tutto l’anno…
C’è tuttavia una modalità di utilizzo moderata e adulta di queste meraviglie, e all’estremo opposto, invece, una rinuncia totale alla nostra autonomia verso queste meraviglie tecnologiche che va compresa e affrontata. Il non farlo può comportare una totale “cessione di identità” dalle conseguenze disastrose e ad oggi ancora non immaginabili.
Facciamo qualche esempio concreto.
A noi oggi sembra che la vita sia grandemente agevolata dalla tecnologia, e negarlo sarebbe impossibile. Però se riflettiamo su una nostra giornata tipo ci rendiamo conto che non è tutto rose e fiori.
Ci alziamo al mattino e, magari dopo un minimo di attività fisica, gli indispensabili lavaggi e un’adeguata colazione, saliamo su un’auto o su un mezzo pubblico per tuffarci nel traffico e raggiungere il nostro posto di lavoro, dal quale usciremo stremati al tramonto per rituffarci nel traffico, in coda ad altre migliaia di lavoratori arrabbiati e stanchi, per rientrare a casa. Prima di rientrare, o dopo, avremo però da sistemare una serie di incombenze come fare benzina/ricarica, fare la spesa (se no colazione e cena con cosa le facciamo?), pagare le bollette, passare in banca a versare/ritirare, lavarci i denti, fare il tagliando all’auto, passare (ogni tanto) dal medico, tenere pulita la casa, rifare i letti, fare la doccia, comprare dei vestiti o delle scarpe, tagliarsi i capelli, fare la lavatrice, stirare. Tutto questo solo se siamo single o parte di una coppia senza figli, perché se invece vi sono uno o più figli, c’è anche da portarli a scuola e andarli a prendere (altrimenti restano là), aiutarli a fare i compiti, portarli a fare sport, vestirli/spogliarli, metterli a letto, curarsi delle loro malattie, giocare con loro, proteggerli dai pericoli. E qualche volta dobbiamo mettere in conto anche qualche nonno o nonna che ha bisogno della nostra assistenza. Che tempo rimane, quindi? Ah, sì, quello del week end, in cui spesso si prendono armi e bagagli per infilarsi nel traffico delle vie delle vacanze o si usano i giorni di riposo per portarsi in pari con tutto l’arretrato accumulato (spesa, centro commerciale, parrucchiere, lavatrice).
Tutta questa tecnologia, dunque, in che modo ci ha aiutato? Ci rendiamo conto del fatto che il nostro stipendio, sudato in 8 ore di lavoro (destinato a far vendere o produrre un estraneo) basta appena per tutte le nostre spese? Mutuo, bollette, cibo, cura della persona: se si somma tutto rimane in tasca davvero poco.
Gli studi economici svolti sulle popolazioni di nomadi cacciatori raccoglitori (con il conforto dei dati relativi alle poche popolazioni pure ancora esistenti) parlano di 2-3 ore di lavoro al giorno per procurarsi il cibo. Due-tre ore. Mi spiego? E le altre 21, in ordine sparso, per giocare con i propri figli, dormire, fare l’amore, intagliare il legno, guardare albe e tramonti, abbellire la propria capanna, scoprire nuove erbe, raccontare storie davanti al fuoco, nuotare, sognare, avere una vita sociale, correre nei boschi, cantare, suonare, danzare. In sintesi: vivere.
Niente bollette, niente scadenze, niente mutui, niente vicini rompicoglioni, niente multe, niente denaro che non basta mai, niente paura di essere derubati, niente banche, niente farmaci o medici di base, niente traffico, niente smog, niente cibi avvelenati da pesticidi, niente telefonini, niente TV, niente orari da rispettare, compiti da consegnare o tasse da pagare, niente parcheggi introvabili, niente treni in ritardo, niente obblighi vaccinali, niente plastica o sporcizia in giro. Solo natura, vita, bellezza. E tre sole ore di lavoro (per giunta divertenti) per cercare cibo.
Siamo certi di stare dalla parte giusta del mondo? 

Qual è il costo reale?
Siamo certi di aver bisogno, come esseri umani, di tutte queste meraviglie tecnologiche?
Quando una nuova tecnologia si rende disponibile, il primo impatto è molto positivo. La fotocopiatrice, ad esempio, ha tolto di mezzo la scomoda carta carbone, e prima ancora (molto prima) le trascrizioni manuali di documenti. Fantastico, no? Eppure se analizziamo tutti gli aspetti, scopriamo una realtà un po’ differente.
Grazie al fatto che esiste la fotocopiatrice, oggi si richiede copia (anche triplice) di tutto. Anche di ciò che non serve. Chi scriveva a mano stava ben attento a non richiedere un dato inutile in più. Ora invece ci tocca scrivere/firmare documenti-lenzuolo con i dati ripetuti in più pagine, con spreco di carta, di inchiostro, di energia elettrica.
Chi ha dovuto cercare qualche vecchio certificato di nascita anteguerra in piccoli comuni avrà visto grandi polverosi libroni con annotati a penna, in bella scrittura, nomi e date. L’indispensabile. Ancora reperibili cent’anni dopo.
Funzionava.
Io come medico da qualche anno ho scelto di lasciare in originale la “scheda visita” al mio paziente, pregandolo di riportarla ai controlli, invece di fotocopiarla e archiviarla. Perché sembrava un’operazione semplice e rapida ma non lo era. Una volta si inceppava il foglio, un’altra era finito il toner, poi bisognava aspettare che la macchina si scaldasse, infine il foglio andava archiviato, nella sua bustina di plastica trasparente, in un raccoglitore che occupava altro spazio, da cui andava poi ripreso (e ritrovato) il giorno del controllo. La fotocopiatrice poi, di per sé costosa, aveva bisogno di manutenzione periodica, di acquisto dei toner, di pulizia. E serviva un nuovo contratto (altre firme, altre fotocopie, altra archiviazione, altri pagamenti a scadenza). Nulla di trascendentale, certo, ma siamo sicuri ogni volta di calcolare per intero il costo della tecnologia?
Automobile: certo preziosa, benché inquinante, per muoversi in libertà. Ma quali costi si porta realmente dietro un automezzo? Carburanti, bollo, assicurazione (altra carta, altre fotocopie, altre scadenze), rate del finanziamento, tagliandi di manutenzione periodica, guasti imprevisti, piccoli e grandi danni, traffico, parcheggi, scioperi dei distributori, svalutazione annuale, cambio gomme estivo/invernale, lavaggi periodici, rischio di incidenti (e di perdita della vita o della salute). Siamo sicuri di avere fatto bene tutti i conti tra vantaggi e svantaggi? Perché alla fine quando usciamo di casa al mattino per tornarvi distrutti all’ora di cena, avremo riempito la giornata con tutte queste incombenze che proprio alla nostra scelta tecnologica sono dovute. Sono solo due esempi, ma devono farci riflettere.

Che fare?
Dunque che si fa? Rinunciamo in toto ad ogni tecnologia e torniamo a vivere nelle capanne? Forse una sana via di mezzo si può cercare. Prima di tutto per non diventarne schiavi.
Per esempio: il telefono cellulare è una grande comodità per chi lavora, ma se quella “saponetta” diventa padrona del nostro tempo e delle nostre (poche) ore di libertà abbiamo perso in partenza. 
Una buona soluzione potrebbe essere quella di utilizzarne la sola funzione telefonica (e magari la ricerca internet, quando serve) disattivando tutto il resto.
Se siamo registrati su Facebook, Instagram, TikTok, LinkedIn, Telegram, Messenger, WhatsApp e chi più ne ha più ne metta, passeremo la giornata a controllare messaggi e notifiche, interrompendo tutto il resto. E snaturando i tempi della nostra vita reale (posto che esista). 
Si possono lasciare le mail e gli sms, magari controllandoli ogni giorno ad un’ora prefissata, lasciando poi il dispositivo in un luogo sicuro, lontano da noi, magari anche per evitare di dire al mondo dove e con chi siamo, che in epoca di “profilazioni” (sanitarie e non) può essere consigliabile. E ci regala anche qualche radiazione in meno.
Per queste funzioni elementari (telefono, mail, sms) non serve l’ultimo costoso modello. Ne basta uno base, di costo contenuto. Liberando spazi e tempi per la vita. 
Non vale solo per il cellulare, ma per ogni altro attrezzo tecnologico. Prima di acquistare un SUV da svariate tonnellate ragioniamo sull’uso reale che ne faremo. Per portare a scuola nostro figlio può bastare uno scooter. O una bici. 
Prima di comprare un super trita-turbo-frullo-phon da cucina, vediamo quanto tempo passiamo realmente in cucina. Ci sono mille modi per razionalizzare l’uso del cibo in casa e ben pochi richiedono attrezzi specifici. E pulire le foglie di insalata, invece di comprare quelle già lavate (e disinfettate) non è così difficile. Prima di aspettare per dieci minuti un ascensore lento, proviamo a imboccare le scale. Il nostro cuore ne avrà giovamento.

Perché il segreto alla fine sta lì: nel recuperare quanto più possibile il contatto con la natura e con la vita, mentre la tecnologia non fa altro che allontanarci da noi stessi e dagli altri.
L’impegno quotidiano a lasciare ai margini del nostro vivere ciò che è tecnologico (e che può creare dipendenza) è la sola strada che possiamo percorrere per tornare ad essere ciò che siamo sempre stati. Attenzione solo a che non sia troppo tardi.

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